On premises vs cloud: è davvero necessario scegliere?

  • 14 gennaio 2020
On premises vs cloud: è davvero necessario scegliere?
Di fronte al tema on premises vs cloud, le considerazioni da fare sono almeno due: innanzitutto, pur trattandosi di un argomento molto ricorrente e gettonato, parlare di una vera e propria contrapposizione tra i due tipi di infrastruttura IT è di fatto una forzatura. Nonostante il modello on prem rappresenti l’approccio tradizionale, quello del data center all’interno del perimetro aziendale, e il cloud sia invece sinonimo di massima agilità, scalabilità e ottimizzazione dei costi, la realtà è che entrambi gli approcci hanno punti di forza e debolezze e che appunto, come si vedrà successivamente, il modello migliore è quello che riesce a combinare il valore di entrambi. La seconda considerazione è racchiusa nel titolo: in un ipotetico scontro on premises vs cloud, è necessario scegliere? Di fatto, la risposta l’abbiamo già data ed è negativa: si possono avere i benefici di entrambi in un unico ambiente.

On premises vs cloud: la presentazione dei concorrenti
Come anticipato, il modello on premises è quello tradizionale. È il concetto del data center privato che l’azienda ospita presso i propri locali e ha l’onere di gestire: dalla complessità del data center, la cui tradizionale architettura a 3-tier è tutt’altro che banale, dipende la specializzazione delle professionalità coinvolte.
Il vantaggio principale del data center on prem si riassume nel termine “controllo”: i dati sono confinati al suo interno, possono essere implementate rigide policy di sicurezza e verificata la compliance con la normativa vigente, che in certi settori (per esempio, quello bancario) è piuttosto stringente. Aspetti negativi, soprattutto in un ipotetico confronto on premises vs cloud, sono di fatto due: i costi dell’infrastruttura e della gestione, nonché la difficoltà nel creare un ambiente scalabile. Nel classico data center i server, le unità SAN, gli switch, le unità per il backup sono acquistate dall’azienda mediante spese in conto capitale (CapEx), che poi vengono ammortizzate in diversi esercizi. A tutto questo si aggiunge ovviamente il costo del personale, che in realtà di ampie dimensioni include professionalità iper-specializzate.
Sempre in ottica on premises vs cloud, quando si menziona il cloud ci si riferisce alla sua declinazione pubblica, quella resa celebre da Amazon AWS, Google Cloud Platform e Microsoft Azure. Nel modello cloud pubblico, il data center privato semplicemente non c’è: c’è un provider che fornisce via web risorse di elaborazione, storage, networking, piattaforme di sviluppo e applicazioni sulla base delle specifiche necessità di consumo.
I due principali vantaggi del modello sono l’ottimizzazione dei costi, che vengono calcolati in funzione delle risorse effettivamente consumate (modello as-a-service) e la scalabilità: i grandi provider forniscono, per esempio, elaborazione e storage con capacità pressoché illimitate e in grado di assecondare esigenze aziendali che cambiano di continuo. Di fatto, il cloud ha modificato le modalità con cui persone e aziende acquistano servizi IT, che ormai sono as-a-service, in modalità self service e one-click, cioè portano una netta semplificazione rispetto alle dinamiche tipiche del mondo on prem.
On Premises vs cloud, o il meglio di entrambi?
Anche il cloud pubblico, per quanto rivoluzionario, ha dei limiti. Oggi, in un mondo ormai dominato dal modello multi-cloud, la quantificazione dei costi è tutt’altro che intuitiva, e a questo si aggiungono – soprattutto in settori fortemente regolati – questioni relative al controllo dei dati e dei workload, che di fatto non risiedono più all’interno del perimetro del data center.
Tutto ciò porta a considerazioni di sicurezza e di compliance normativa, soprattutto in ambienti fortemente regolati. Non è un caso, appunto, che il modello di maggiore successo recente sia l’hybrid cloud, ovvero l’integrazione di risorse di cloud pubblico, privato e ambienti on-prem. Il cloud ibrido, considerato giustamente il “meglio dei due mondi”, assicura la semplificazione dell’IT e il modello as-a-service del cloud pubblico, cui vi aggiunge il massimo controllo sui dati.   
Le sfide dell’hybrid cloud
Come spesso accade, un modello di sicuro successo pone l’IT di fronte a sfide importanti. L’evoluzione continua e l’approccio ibrido hanno fatto sì che oggi molte aziende debbano fronteggiare nuovamente il problema della complessità, quello stesso problema che il cloud puntava a risolvere.
Il mix di diversi cloud pubblici e privati finisce per generare una complessità gestionale non da poco, acuita dall’impiego sempre più frequente di risorse di cloud provider diversi; a tutto ciò si unisce la difficoltà di tenere sotto controllo i costi effettivi.
La soluzione, adottata per esempio nel modello as-a-service di HPE Greenlake, consiste senz’altro nello sfruttare i benefici dell’ibrido, con tanto di scalabilità, flessibilità, sicurezza e controllo dei dati, ma anche nel fornire un’esperienza gestionale unificata a prescindere da dove risiedano le risorse, i carichi di lavoro e le applicazioni. In questo modo, l’azienda ottiene tutti i benefici del cloud e dell’on prem, del pubblico e del privato, oltre a riportare nuovamente semplificazione dove c’era il fondato rischio di perderla.

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